9th
CONCEPT
Il progetto musicale “Neumi” consiste nell’aver proposto a musicisti, di varia provenienza e di diverso genere musicale, pagine di antiche notazioni da reinterpretare. A volte è una (re)interpretazione esatta, come nel caso di Gregorio Bardini, qui presente insieme al pianista Paolo Longo Vaschetto. Bardini ha studiato la notazione armena e ha compiuto un prezioso lavoro di recupero e di rilettura del repertorio di Komitas. Idem Oscar Mucci, che ha cantato la ricostruzione di un inno sumerico fatta da Joe Monzo, arrangiata e suonata da Ashtool (Mirco Rizzi). Si tratta dell’Inno di Hurrian, il canto più antico e completo che sia mai pervenuto a noi in forma scritta (ca. 1.400 a.C.).
Altre volte è una via di mezzo: è il caso di Dramatic Aria, dello Jacopo Andreini Ensemble, che utilizza le note greche di un papiro egizio del 300 a.C.; oppure di Baby Lone, del sottoscritto Davide Riccio con il contributo vocale di Barlo e Selene (Marco Barluzzi e Selene Bortot), basato su una scala modale eptatonica ascendente riportata in caratteri cuneiformi da una tavoletta di argilla sumerica…). Il violoncellista Zeno Gabaglio ha interpretato i neumi con cui venne trascritto, per mano di Giovanni Obadiah Da Oppida, il più antico canto ebraico mai trascritto (Mi ‘ha hal horev). Girolamo De Simone ha invece riletto al pianoforte l’Inno a San Giovanni di Guido d’Arezzo. Joe Raggi dei Roulette Cinese insieme a Luca Urbani hanno realizzato un Dies Irae basato sulla nota sequenza di Tomaso Da Celano (IX secolo) e i fiorentini Deadburger hanno invece lavorato a un Kyrie eleison basato su neumi cosiddetti a testa di martello di provenienza scandinava. Leonora (Eleonora Cardellini) ha riproposto un meraviglioso canto di Hildegard Von Bingen (O Pastor animarum). Claudio Milano (Nichelodeon), con la ricercatrice vocale Carola Caruso e Stefano delle Monache (Sound designer di “VOLUMI”, progetto di sound design - live media con Giovanni Cospito) hanno interpretato il Salmo 60 da una notazione neumatica francese del 1700.
Altre volte ancora sono libere interpretazioni, basate su idee e suggestioni del tutto personali, non solo basate sulla notazione musicale in senso stretto. Ashtool (Mirco Rizzi) ha musicato i segni musicali giapponesi di un frammento di canto tradizionale saibara. Cristiana Fraticelli, in arte IOIOI, ha riletto in chiave musicale i numeri del Wow! signal del SETI 1977; Maoro Sanna ha suonato i segni tibetani della notazione Yang-Yig (19esimo secolo), che ricordano la “notazione” dei canti della megattera usata intuitivamente dal biologo marino Roger Paine. Alessandro De Caro ha invece scritto una partitura alternativa per il suo brano elettronico “Kirielle”, basandosi su modelli fisici e matematici come la teoria del modello di Ising. E, a proposito di partiture alternative, Maurizio Pustianaz (Gerstein), ha rivisto e sonorizzato la grafia enarmonica del “Risveglio di una città” per intonarumori del futurista Luigi Russolo. Krell, ossia Luca Cremoni Baroncini, Paola Bianchi e Andrea Marutti hanno invece lavorato su elettronica, theremin e voce ispirati dai geroglifici del tempio di Dendera (quelli della misteriosa lampada e di una eventuale sonorità della elettricità, se mai davvero fu, dell’antico Egitto). L’ensemble “Psss… Psss… Psss…” di Marino Josè Malagnino (Teo Pace, Pino Montecalvo, Stefano “Philippo” Sperandii, Bruna Samele ed Edi Leo) ha lavorato sulla musica improvvisata suggerita da Malagnino nelle orecchie dei musici, nonché attraverso la gestualità, celebrando l’oralità e la chironomia. Luca Attanasio ha donato la sua splendida “Bright river”, esistente in tre versioni, per pianoforte, per sola chitarra classica, per piano elettrico e chitarra spaziale di Alaya. Ho avuto l’onore di metterle insieme per farne un unico brano o, come si usa dire, un remix abbinandolo visivamente alla piena, ai flussi e alle crespe di un fiume irruento, come ho immaginato guardando l’inno di San Giorgio da una scrittura neumatica bizantina.
L’insigne collezionista, storico e paleografo norvegese Martin Schøyen ha infine autorizzato la riproducibilità (non esclusiva) di alcuni dei suoi antichi e preziosi manoscritti, utilizzati in corso d’opera.
La suggestione del progetto è stata quella di riunirsi intorno a tempi e modi altri e lontani, rari o perduti di fare e tramandare musica, come uomini del futuro che abbiano più o meno perso il proprio passato e, ritrovandone tracce misteriose e dimenticate, cerchino di riportarlo in vita.