9th
NEUMI
Il neuma, dal greco νεύμα neuma, ossia segno, cenno, è un antico segno della notazione musicale. Fu utilizzato nel corso di tutto il Medio Evo, in particolare nel canto gregoriano. Il primo codice pervenutoci, il Cantatorium C (Codex Sangallensis 359) della scuola scrittoria e monastica di San Gallo in Svizzera, è datato 930 d.C.
I neumi, e le litterae significativae, trascrivevano la melodia e il ritmo di un canto attraverso la corrispondenza tra i segni, le sillabe e le note. Vi fu un continuo sviluppo di forme neumatiche che utilizzavano segni e notazioni differenti, secondo scuole, luoghi e tempi diversi. Il rigo musicale appare nell’XI secolo: le note più acute venivano scritte sopra la riga, quelle gravi al di sotto. Le righe divennero poi due, una rossa per il fa e una gialla per il do. Con sole quattro linee il canto gregoriano, il cui arco dei suoni vocali, dal più grave a quello acuto, non è molto esteso, fu infine comodamente scritto. L’invenzione del nome delle note, insieme a quella del tetragramma (ma si tratta di una semplificazione storica), è attribuita al monaco e musicologo Guido D’Arezzo (991 ca. – 1050). Per aiutare i cantori, Guido usò le sillabe iniziali dei versi dell’inno a San Giovanni Battista di Paolo Diacono per comporre la scala musicale:
Ut queant laxis
Resonare fibris
Mira gestorum
Famuli tuorum
Solve polluti
Labii reatum
Sancte Iohannes
Affinché possano cantare
con voci libere
le meraviglie delle tue azioni
i tuoi servi,
cancella il peccato
del loro labbro contaminato,
o san Giovanni
(Inno a San Giovanni)
Il primo pentagramma in senso moderno si attribuisce invece a Ugolino da Orvieto, “glorioso musico e inventor delle note sopra gli articoli delle dita delle mani” che, tra il 1430 e il 1440, scrisse i trattati Declaratio musicae disciplinae e De Musica mensurata.
In molte parti del mondo permarranno invece anche fino a noi notazioni neumatiche o comunque alternative a quella non europea; oppure la trasmissione mnemonica della melodia, come nel caso della musica tradizionale sarda per launeddas, mai trascritta e oggi più che mai a rischio di estinguersi, dal momento che i suonatori in attività si stanno assai riducendo, spezzando la tradizione di conservazione e trasmissione orale maestro-allievo.